In corpore sacrum di Fulvio Dell'Agnese

- Paolo Cervi Kervischer all'Abbazia di Rosazzo -

In questa sua fase più recente, la pittura di Paolo Cervi Kervischer è Danza.

Di immediata lettura è il volgersi dello sguardo – a distanza di un secolo – alla storica serie firmata da Matisse, della quale peraltro solo nella versione più ampia, estesa alla gaia circolarità del mulinello di corpi, si serba l’armonioso avvolgersi del ritmo di ogni figura nella successiva; nei pannelli che ritagliano alle singole immagini uno spazio verticale da scomparto di polittico, invece, il moto si placa ed emerge una tensione interiore che è forse l’umano, ineluttabile contrappeso a tanta leggerezza.
Impaginate sullo sfondo caro all’artista d’un reticolo di campiture dal sapore De Stijl – ma sgocciolato, come eraso dallo scorrere di un tempo che vorrebbe negare alla materia pittorica di assestarsi in forme di equilibrio assoluto –, certe figure paiono così mutare contesto e farsi attrici del gemito sospeso di un compianto, della gestualità disperata e solenne d’una crocifissione.
All’origine della loro intima inquietudine ci sono probabilmente le ombre della cultura figurativa simbolista, un Klimt che traspare sinuoso come l’alga dal fondo di un’acqua dal lucore ambiguo; ma ciò non toglie che l’intensità di riflessione sull’esistere e sulla sofferta sublimazione della sua corporeità, che intride le figure e se ne fa enigmatica sostanza, le collochi su un orizzonte di meditazione visiva che contempla l’approdo alla dimensione della sacralità.
Nella pittura di Cervi non c’è spazio, tuttavia, per le verità rivelate: ogni grammo di spiritualità va conquistato attraverso lo sforzo fisico e mentale, che rimane rappreso sulla tela come queste forme umane, ricondotte a una plasticità traslucida dalle velature di un colore che pare addensamento in superficie di puro alito vitale; quasi a reclamare intimamente lo stacco rispetto al modello, per cui l’arte di un autore che tutto basava su timbro e linea viene riletta attraverso i toni brumosi della trasparenza.
Affermava d’altronde Giorgio Morandi, in un immaginario Dialogo con il suo Genio : “Quanto più mi sforzavo di illuminare la materia e tanto più questa diventava opaca. […] Non bisognava illuminare la materia, bisognava velarla, per renderla luminosa dal di dentro”. 
È la condizione che segna anche l’apparire dei Ritratti. Chi rappresentano quei volti? Testimoni dell’evento carnale e spirituale, come schiere di Apostoli sugli intonaci di una chiesa rinascimentale, sono presenze che da una dimensione superiore insinuano la loro impronta nel nostro spazio o immagini erratiche di una corporeità perduta, oppure rifiutata?
Alcuni sono d’una razza particolare, sono poeti. Saba, Giotti… Nei dipinti, le tracce del quotidiano: il profilo degli scrittori e la sagoma dei loro oggetti. Ma anche l’ineffabile, che non è detto odori d’incenso; anche sotto il profumo di sambuco d’un ricordo d’infanzia può celarsi l’approdo alla luminosa, insospettabile evidenza dell’assoluto.
Geometrie dello spirito, che pittoricamente si riverberano in linee di matematica purezza: residuo d’un neoplasticismo che si è fatto scenografia, terreno su cui lasciare impronte necessariamente labili, ma che si radicano nel profondo; come l’incavo dolce di un’acqua che modella la sabbia nel mentre che vi scompare.
 
 
Fulvio Dell’Agnese
 
 

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